Tra le dolci colline dell’Anatolia occidentale si apre una valle maestosa nella terra:
il Canyon di Ulubey, conosciuto come il secondo canyon più grande del mondo.
Per milioni di anni, l’acqua ha scavato queste gole profonde, modellando un paesaggio grandioso dove la natura parla ancora la lingua del mito.
Lungo i suoi margini si snodano antiche sorgenti, piccoli fiumi che hanno dato vita alla civiltà e all’uomo stesso.
Non lontano da qui, tra le valli scolpite dal tempo, si erge ancora il ponte di Clandras , un ponte romano in pietra che attraversa le acque del fiume Banaz.
Costruito oltre duemila anni fa, era parte di un sistema idraulico che convogliava l’acqua verso gli insediamenti della Frigia.
Quell’acqua non dissetava soltanto i campi, ma alimentava anche la vita spirituale di un popolo in continua ricerca del divino.
È in queste stesse terre, a pochi passi da queste acque, che nel II secolo d.C. nacque uno dei movimenti religiosi più enigmatici e affascinanti del cristianesimo antico: il Montanismo.
Pepuza – la Città della Nuova Gerusalemme
Nel cuore della Frigia, in un luogo oggi quasi dimenticato, sorgeva Pepuza, un piccolo centro che i suoi abitanti chiamavano con orgoglio “la Nuova Gerusalemme”.
Fu qui che un uomo di nome Montano, forse un ex sacerdote della dea Cibele, annunciò di essere la voce dello Spirito Santo.
Con lui c’erano due donne profetesse, Priscilla (o Prisca) e Maximilla, che lo accompagnavano in estasi e rivelazioni.
Montano proclamava che Cristo sarebbe presto tornato e che la città celeste si sarebbe manifestata proprio lì, tra i monti e i torrenti della Frigia.
Pepuza divenne così un centro spirituale dove uomini e donne, ricchi e poveri, liberi e schiavi, si riunivano in attesa della Parusia, la seconda venuta di Cristo.
Le Profetesse e lo Spirito
Priscilla e Maximilla erano il cuore pulsante di questo movimento.
Le loro voci, pronunciate in stato di estasi, erano considerate messaggi diretti dello Spirito Santo.
Si diceva che Priscilla avesse avuto una visione di Cristo stesso, apparso a lei “in forma di donna”, per annunciarle che la Nuova Gerusalemme si sarebbe rivelata a Pepuza.
Era un’immagine potente e rivoluzionaria: una rivelazione divina al femminile, in un’epoca in cui la voce della donna era sistematicamente esclusa dai luoghi sacri.
Maximilla, invece, predicava la purezza assoluta e l’attesa.
Il mondo – diceva – era ormai alla fine, e solo gli “eletti” avrebbero potuto entrare nel Regno promesso.
Quando i vescovi locali tentarono di esorcizzarla, ella rispose con parole che attraversarono i secoli:
“Sono parola, spirito, potenza. Non un lupo tra le pecore, ma voce del Signore che parla agli uomini.”
Con loro, la profezia tornava a essere viva, diretta, incandescente, non mediata da strutture ecclesiastiche.
Il Messaggio e la Ribellione
Il Montanismo predicava una fede rigorosa e spiritualmente esigente: astinenza, digiuni, condanna del secondo matrimonio, rifiuto dei beni terreni e della mondanità.
I montanisti credevano che la Chiesa, ormai troppo vicina al potere e troppo lontana dal Vangelo, avesse smarrito lo Spirito.
Per loro, Dio continuava a parlare attraverso i profeti e soprattutto attraverso le donne, custodi di una spiritualità autentica e primordiale.
Fu una rivoluzione silenziosa ma profonda: in un mondo dominato da un clero maschile, il Montanismo riconosceva alle donne ruoli sacerdotali, profetici e di guida.
Era, forse, la prima volta dopo i culti di Cibele e Artemide che la figura femminile tornava ad essere veicolo del divino in Anatolia.
La Condanna e la Sopravvivenza
La Chiesa ufficiale reagì con forza.
I vescovi della regione convocarono sinodi per condannare la “Nuova Profezia”, accusando Montano e le sue seguaci di eresia e follia.
Ma il movimento si era già diffuso: in Asia Minore, in Tracia, in Africa, fino a Cartagine, dove persino Tertulliano, uno dei più grandi pensatori cristiani, abbracciò le loro idee, convinto che in esse vivesse il vero spirito del cristianesimo primitivo.
Anche dopo la condanna del Concilio di Costantinopoli del 381, i montanisti continuarono a riunirsi in segreto.
Nel VI secolo, l’imperatore Giustiniano I inviò truppe a Pepuza per distruggere il santuario e le tombe di Montano, Priscilla e Maximilla.
Ma le loro idee – l’anelito alla purezza, la voce del femminile, la ribellione contro il potere spirituale istituzionalizzato – sopravvissero nel tempo, come un fiume sotterraneo che ancora scorre sotto le rocce della Frigia.
Un’Eredità Dimenticata
Oggi di Pepuza rimangono solo ruderi e silenzio.
Le sue colline sono percorse da venti antichi, e l’acqua che scorre nelle gole dell’Ulubey e sotto il ponte Clandras sembra ancora raccontare quella storia.
Una storia di fede e ribellione, di estasi e condanna, di donna e spirito.
E forse, osservando il lento fluire dell’acqua tra le rocce, si può ancora intuire la voce di Priscilla che sussurra:
“Lo Spirito parla dove vuole, e quando vuole. Nessuno può imprigionarlo.”
Epilogo – Il Ritorno delle Profetesse
Il Montanismo non fu solo un’eresia, ma una domanda aperta: Dio parla ancora?
E se parla, perché non attraverso una donna?
Oggi, dopo quasi duemila anni, quella domanda sembra tornare a risuonare.
Nelle chiese del Nord Europa e dei Stati Uniti, donne pastore, teologhe e persino vescove salgono all’altare per predicare la parola del Vangelo.
Le loro voci, calme ma determinate, portano con sé l’eco lontana di Priscilla e Maximilla, le profetesse di Pepuza che osarono parlare in nome dello Spirito.
In un mondo in cui per secoli le religioni monoteiste hanno confinato la donna ai margini del sacro,oggi lo Spirito sembra volerle riportare al centro.
Forse la Nuova Gerusalemme che Montano e le sue profetesse sognavano non era un luogo, ma un tempo —il nostro tempo —in cui finalmente la voce della donna torna ad essere voce di Dio.